Grandi navi a Venezia e spreco di risorse

By udicer 7 mesi ago
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La realtà sulla pericolosità del transito delle grandi navi

La realtà sulla pericolosità del transito delle grandi naviSulla questione dell’accesso a Venezia delle grandi navi da crociera, dalla lettura degli interventi sull’argomento si ricava l’impressione che su di una sola cosa sembra che tutti siano d’accordo: la necessità di impiegare una notevole somma di danaro per l’esecuzione di lavori straordinari. Per la ricalibrazione dei canali le previsioni più attendibili parlano di una spesa per centinaia di milioni di euro con un impegno di tempo non inferiore a due-tre anni (salvo… imprevisti!). Ma “Venice Terminal Passeggeri” ha presentato anche dei conti di minor reddito cittadino, innanzitutto prevedendo il declino del primato nel crocierismo mediterraneo conquistato da Venezia con il transito passato da circa 300.000 passeggeri nel 1997 ad oltre 1.800.000 cinque anni dopo.

Si può ricavare da quanto sopra la conferma che anche questo sia il prodotto della… svenezianizzazione, che non si manifesta soltanto con la progressiva diminuzione delle realtà e delle attività che in passato hanno caratterizzato l’arte, la cultura, l’artigianato, il commercio, la vita veneziana: oggi parte dei veneziani non vogliono più vedere neppure… le navi.

E già stato stabilito che il transito di navi da crociera debba avvenire o prima dell’alba o dopo il tramonto e che 5 navi al massimo sostino all’ormeggio, ma è stata decretata pure la fine dei passaggi delle navi traghetto nel Canale della Giudecca, con una perdita di reddito per un solo anno valutata in circa 260 milioni di euro e di 2500 persone occupate nei servizi (più della metà degli effettivi); ancora un passo nella direzione della perdita di carattere e di redditività, adombrato dietro lo schermo del “salvare Venezia”. Tutti, sia i sostenitori di una delle tesi che si sentono esporre sia di coloro che ne avanzano altre, affermano che ciò che propongono debba essere realizzato per “salvare Venezia”; esporre qui una tesi non conforme a questa unanimità pare “vox clamantis in deserto”, però anche l’evangelica “vox” aveva la sua buona ragion d’essere: nel caso particolare, salvare Venezia, ma da che cosa?

Non dal moto ondoso, la cui produzione è riconosciuta come irrilevante, da parte di carene sottili alla bassissima velocità (7-8 km/ora) tenuta dalle grandi unità da crociera nei canali veneziani.
Non dal sommovimento delle acque in profondità, che studi universitari eseguiti proprio in questa laguna hanno riconosciuto non provocare danni di qualche rilievo.

Non da errori di rotta che possano portare gli scafi a collidere con le costruzioni urbane, navigando le navi in discussione a lento moto, con l’ausilio di due o tre rimorchiatori, sotto la guida di piloti portuali sperimentati che fruiscono del moderno GPS nonché di eco-scandagli plotter che segnalano le condizioni e la profondità del fondale. Pericolo tanto più improbabile verificandosi il movimento in fossati non rocciosi ma sabbiosi o melmosi di insufficiente profondità e larghezza, rispetto all’ampiezza totale del canale, perché il loro scafo possa giungere a collidere con la riva prima di insabbiarsi.

Non da inquinamento dell’aria, in una città lagunare che per le caratteristiche della sua circolazione veicolare è già tra le meno inquinate aree dei grandi insediamenti urbani: accertamenti eseguiti al riguardo da enti qualificati hanno confermato una polluzione derivante dal complesso della circolazione delle grandi unità navali (di cui il movimento crocieristico è solo una parte minore) non superiore al 10% del totale. Si consideri invece che, seppure un accordo stipulato tra Autorità portuale e Capitaneria di Porto imponga di entrare in Laguna soltanto con impiego di combustibile per i motori avente tenore di zolfo non superiore allo 0,1 %, provvedimento positivo sarebbe comunque la realizzazione (a proposito di buon uso delle risorse per Venezia) di quella alimentazione energetica da terra raccomandata per tutti i grandi porti in sede internazionale, ma di cui in Italia ancora non si vedono esempi applicativi, che permetterebbe alle unità di ogni genere di tenere inattivi i generatori elettrici di bordo durante la permanenza in porto.

Non da inquinamento sonoro o vibrazioni, da cui la città non viene apprezzabilmente affetta per il passaggio delle grandi navi, salvo semmai nelle immediate vicinanze del transito e per pochissimi minuti nel complesso giornaliero.
Non da inquinamento elettromagnetico, di cui non esiste in generale prova alcuna, tanto meno per l’esigua entità espressa dai radar di navigazione che, tra l’altro, durante i movimenti portuali sono spenti perché inefficaci nelle piccole distanze.

L’inquinamento… visivo

La realtà sulla pericolosità del transito delle grandi naviRimarrebbe l’inquinamento… visivo, per cui la vista delle grandi unità stonerebbe con l’ambiente monumentale: i ricordi dei magnifici panorami del Canaletto, del Guardi, che riempivano le loro pitture di bastimenti fermi a tutti gli approdi possibili, oggi verrebbero offuscati dalla apparizione, breve e del tutto estemporanea, dei colossi navali. Si ritrovano sulla stampa dichiarazioni che si appoggiano a ragioni tecniche inesistenti, spesso avanzate da persone incompetenti.

Si leggono così affermazioni secondo cui le navi sono micidiali e causano a Venezia e alla sua laguna uno scempio! Oppure, in modo risolutivo: le più grandi navi da crociera sono alte sino a 60 metri (non si tiene conto, probabilmente, che una parte rimane sott’acqua) e attraccano in una città dove i palazzi più grandi sono alti pochi piani. Chiedere di rimuovere le grandi navi da Venezia per motivi estetici, quindi, è una richiesta legittima. Per inciso: i vascelli settecenteschi giungevano a sfiorare l’altezza di 50 metri di sola alberatura e velatura.

Poco educativi si debbono considerare i mezzucci con cui si appoggiano queste posizioni, evidentemente anche di ciò necessitanti per rendersi credibili, come la diffusione mondiale a cura dell’ANSA di fotografie ritrovate poi su tutti i principali giornali del mondo (e ripetuta anche nelle riprese attuali del clamore in proposito) sulle quali è stato anche detto che la nave in questione (la CARNIVAL SUNSHINE, per la precisione) era passata a due metri dalla Riva degli Schiavoni, quando il reale transito venne verificato essere avvenuto a 72 metri dalla fondamenta!

E sotto titoli come “Le grandi navi da crociera nel Canal Grande (!) a Venezia” la considerazione dell’impatto che avrebbe provocato un possibile arrivo di 12 “grattacieli” galleggianti, alti sino a 60 metri: rumore, tonnellate di polveri sottili, ossidi di azoto, moto ondoso e variazioni di marea con possibili conseguenze per le fondamenta degli edifici, quando anche solo il passaggio di singole navi accumulerebbe un enorme danno ambientale, seppure non si verificasse l’evento catastrofico!

E prevedibilmente poiché di grande impatto psicologico, a supporto delle tesi sul pericolo della navigazione viene prospettata, come sciagura epocale, la possibilità che a Venezia si ripeta il caso dell’Isola del Giglio. Ma è elementare osservare che, prescindendo dal fatto che già le condizioni fisico-topografiche in precedenza indicate rendono impossibile il verificarsi dell’incidente, lo rendono sommamente improbabile pure le già richiamate condizioni di conduzione e comando della nave da crociera a Venezia, sottratte ai capricci di un capitano.

Può invece certamente ritenersi giustificato da un’estrema preveggenza esaminare la possibilità di adottare ulteriori dispositivi e provvedimenti di sicurezza. Non sembra vadano però in questa direzione le prospettive degli intralci alla navigazione portuale per la sovrapposizione di transiti (che non potranno essere contemporanei) nel canale dei petroli di navi da crociera e petroliere, e l’effettuazione di escavi di canali e bacini di evoluzione, che per effetto della loro innaturale posizione verrebbero probabilmente interrati ogni anno dai moti d’acqua lagunari, con conseguenti necessarie continue spese di manutenzione e ripristino.

Il costo dell’esclusione delle grandi navi

Il contributo all’economia veneziana fornito dal movimento crocieristico, che ha dato luogo a sviluppo delle tradizionali professioni oltre a crearne di nuove, deve essere considerato di enorme rilevanza per una economia stagnante, che non riesce a trovare differenti importanti fonti di reddito.

Data quindi l’importanza per l’economia cittadina della permanenza degli approdi turistici a Venezia (nell’anno si tratta di apporti economici dell’ordine di almeno 300 milioni di euro, e di presenze lavorative giornaliere dell’ordine di 5000) appare veramente impensabile che con ipotesi di dirottamenti di vario genere (come coglieranno i turisti l’ipotesi di essere messi a terra a Marghera?) si vogliano togliere o limitare radicalmente tali contributi economici, anche se deprecati con le solite geremiadi sulla bassezza del livello culturale dell’afflusso turistico per la città, la quale non sapendosi dare un miglior indirizzo ne fruisce però quale unica vera fonte di vita.

Considerati pertanto la pratica inesistenza di un reale pericolo, il costo elevatissimo di interventi strutturali su cui, peraltro, non si riesce neppure a trovare un accordo, il danno cittadino, non solo economico, che in ogni modo questi apporterebbero, non si vede perché non si possano lasciare le cose come stanno e che per decenni (e secoli) non hanno dato origine documentata ad eventi realmente dannosi, in una Italia che certamente abbisogna di ben altri interventi strutturali cui destinare le risorse, ad esempio per il riattamento della sbrindellata rete idrica nazionale.

Per concludere
Ripensando alle cose dette, par consono ricordare le parole con cui il prof. A. Scattolin, nel lontano 1973, chiudeva una sua comunicazione al Rotary Club di Venezia dal titolo “Salviamo Venezia, ma non salviamola troppo”:

Di questo passo, vi è da temere che un brutto giorno, alle porte della città, rivolgendosi ai veneziani veri e propri, quelli cioè abitanti ed operanti in Città, abbia ad apparire affisso un avviso di questo tenore:
“Per piaser, l’ultimo el se ricorda de stuar la luce
”.

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